cose, foto, vita vera

Decidi. Sempre.

Ma non perché te lo dico io.
Alla fine ti conviene, bene o male, sempre.

Che poi io sono il primo che gli fai una domanda, e due su tre ti dico: “fai tu che per me è uguale” – anche se non lo è.

No, poi magari mi impunto su cose che veramente non fa differenza se l’una o l’altra. Solo che tante volte magari sarebbe meglio decidere, invece che subirle le decisioni.

Pizza o panino?
Boh, fai tu, tanto è uguale…

Non è veramente uguale. E se te lo stanno a chiedere è per cortesia, e allora è cortesia rispondere. O te lo stanno a chiedere perché non hanno proprio idea di che scegliere, e allora è ancora più cortese rispondere. Chi sei? Che uno ti chiede una mano e tu manco rispondi? Altrimenti te lo stanno a chiedere per falsa cortesia, che hanno una preferenza, ma per fare i cortesi non te la stanno a dire. Hanno già deciso loro, te lo chiedono perché tanto lo sanno che tu rispondi “Boh, fai tu, tanto è uguale…

Sopratutto in questi casi devi decidere tu. Anche perché se lo meritano. E stai attento a rispondere quello che l’altro non si aspetta. Così impara.

Ed è così su tutto. Per ogni cosa.

Rispondiamo “Boh, fai tu, tanto è uguale…” troppo spesso. Sia per inezie sia per cose importanti. Quando basterebbe un piccolo sforzo.

Io ad esempio, siccome l’altra sera ho chiesto un accendino al tabaccaio, e lui mi ha chiesto se lo volevo da un euro e io gli ho detto si si, allora lui mi ha chiesto come lo volevo.

Boh, fai tu, tanto è uguale…

Ecco, non male no?

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foto, vita vera

Ho fatto lo “Sguasseto”.

Mi arriva questa e-mail da questo mio amico.
C’è solo questa foto, di questa pagina di questo ricettario. Si legge “Sguasseto a la bechéra in minestra“, e giù di cosa fare per prepararlo. Si insomma, la ricetta.
Allora penso che sarebbe interessante assaggiarlo. È un piatto tradizionale, si beh, tradizionale se facevi il macellaio e non volevi buttare le frattaglie.
E dovevi avere anche un bel po’ di tempo da buttare.
E poi ho pensato che magari ce lo scrivo sul blog, che tanto alla fine si finisce sempre a parlare di cucina, Italiani come siamo.

Beh, senza star troppo a girarci intorno, intanto ti spiego, poi sotto trovi le foto.

1. Prendi un pezzo di milza, un pezzo di polmone, pezzi di coda e trippe assortite (io ho preso millefoglie, doppion e rumegal. non so i nomi in italiano). Le quantità fai tu. Io ho fatto a casaccio.

2. Prendi cipolla, sedano e carota.

3. Taglia la milza e il polmone. Trippe e coda, bene così.

4. Taglia pure le verdure. Mia mamma mi ha insegnato a piantare uno o più chiodi di garofano sulla cipolla. Io ne ho usato uno. Da gusto.

5. Già che sei che tagli, tagli anche il pane. Poi lo biscotterai in forno e sarà la base della minestra.

6. Fai bollire dell’acqua. Quando bolle buttaci dentro la carne e lasciala bollire per 5 minuti.

7. Scola la carne dopo 5 minuti.

8. Butta verdure e carne in acqua fredda, e tutto sul fuoco. Aggiungi tanto timo.

9. Lascia sbollentare finché non è cotto, ci vorranno ore. Di tanto in tanto schiuma il brodo.

10. Su un letto di pane appena biscottato versa la minestra e i pezzi di carne.

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cose, foto, tanto per

Fili de le pute, traite.

Tanto per scrivere due cazzate, che ho due minuti liberi.

Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!

Non so bene come, ma oggi dopo pranzo mi è venuta in mente questa cosa. Veramente non ho idea. Va beh, mi è venuto in mente solo traite fili de le pute”. Poi con google mi sono dato l’aiutino.
Ad ogni modo, c’è questa chiesa a Roma.
Va beh, è la Basilica di San Clemente al Laterano – ho dovuto consultare google però per ricordarmela – che è lì da un botto di anni. Non è proprio una cosa buttata la, è davvero una figata.
Io non l’ho mai visitata, ma l’ho vista una sera su Super Quark, o non so. Comunque una di quelle trasmissioni con Alberto Angela. Forse era Passaggio a Nord Ovest. Beh, poco importa.
Son passati gli anni.
Comunque non stavo scrivendo per raccontarti la rava e la fava della Basilica. Se vuoi saperne di più usi google come tutti i bravi cristiani, o se sei una persona di cultura, capace che trovi anche dei libri con su scritto qualcosa di preciso. Fallo, ché merita.

Però se non ti racconto la storia della Basilica, ché non sono nessuno per impararti l’arte, cosa ci sto a scrivere qui?

Ecco, oggi ti do una mia impressione sulle cose.
Oggi ci ho pure un opinione.

Che è: ma se una volta, tipo nel 1100, uno in chiesa – che ti ricordo è tipo un luogo sacro – per raccontare la vita di San Clemente, e ‘sti racconti di vita dei santi non è che li facevano così, per non lasciar bianchi i muri, ma ci avevano pure scopo educativo della plebaglia ignorante, mi son perso. Dicevo. Se tipo nel 1100 uno in chiesa poteva scrivere su un muro “figli di puttana” – perché non serve essere Castiglioni o Mariotti per capire che “fili de le pute” quello vuol dire – perché oggi, anche se non siamo in un luogo tipo sacro, siamo portati ed educati ad evitare il turpiloquio? Cos’ha di così brutto e sporco la parola forte? Perché devo rinunciare ad un rafforzativo efficace ed arrangiarmi con parole deboli e scialbe?

Perché quando parlo ai miei nipoti non posso dire “cazzo” o “merda“?

Boh.

Ti metto due foto, contento?

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foto, vita vera

Strobo from scrap.

Per farti un impianto luci strobo from scrap, ti servono poche cose. E farlo è tutto sommato facile.
Noi lo abbiamo fatto per la notte del 31 di dicembre, e devo dire è venuta fuori una festa più che degna.

Ad ogni modo, per farti un impianto luci strobo from scrap ti serve:

  • Un magazzino dove il nonno di un tuo amico ci ha nascosto uno scatolone con su scritto strobo.
    Dentro lo scatolone, è importante, devono effettivamente esserci le lampade e tutto il necessario per farti un impianto luci strobo from scrap.
  • Un paio di ingegneri elettronici. Meglio se di potenza. Potenza quella che quantifica il trasferimento, la produzione e l’utilizzo dell’energia. (È definita operativamente come la variazione di lavoro nell’unità di tempo. Per dire.)
  • Un opificio.
  • Cose a caso di elettricità, rigorosamente fuori norma. Mammut, cosini per fare i collegamenti veloci, spelacavi, tester e abbondante nastro isolante.
  • Cose a caso di carpenteria. Pezzi di scarto di legno (noi abbiamo scelto il rovere), cordino, viti e viti autofilettanti, dadi, raganelle e simili. Una sega e un cacciavite.
    Se pensi di usare l’avvitatore elettrico non sei nessuno.
  • Uno che sappia fare una legatura a treppiede.
  • Una bottiglia di Campari, una di prosecco e una di seltz.
  • Bicchieri.

A noi sono servite circa quattro ore di lavoro, spalmate in due sere.
Ma se non ti ubriachi di spritz e stai un poco concentrato, capace che ci riesci anche in meno tempo, ma con meno divertimento.

 

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foto, sconforto

Ho lo sconforto. #7

Quando la donna delle pulizie mi mangia la mia bananina.

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foto, vita vera

Mario. Il mio nuovo coinquilino.

Vivo in un monolocale di 30 metri quadri, più bagno.
Saranno 35 in totale, non lo so. Il bagno non l’ho mai misurato.
Non è enorme, ma neppure piccolissimo.
Per il tempo che passo a casa, mi basta. C’è tutto quello che mi serve, e non soffro particolari mancanze.

Pochi giorni fa c’è stato il Natale.

Mia sorella deve aver pensato che vivo da solo da troppo tempo.

Così mi ha presentato Mario.

Questo è Mario, da qualche giorno vive a casa mia.

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foto

Ciche.

Non sono mai stato bravo a rollare. La Simona T. mi ha detto che devo fare le foto per vedere i miglioramenti.
L’idea di farle fuori fuoco è mia.

 

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