cose, vita vera

Ho capito che eravamo tutti molto stanchi.

È tutto il giorno che ho sonno. E mi ciondola la testa al lavoro. E mi si chiudono gli occhi. E il caffè è inutile.

Però pensavo fosse un problema solo mio. Poi il mio capo mi chiama, mi dice: “Facciamo una telefonata a questa cliente qui che vuole confrontarsi su delle cose…

Va bene“, dico.

Bla bla bla… e voi cosa ne pensate, è fattibile?” Dice la cliente.

E il mio capo: “Beh, adesso ci sto pensando, ma non è facile.

Io ho riso. Forte.

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cose, foto, vita vera

Decidi. Sempre.

Ma non perché te lo dico io.
Alla fine ti conviene, bene o male, sempre.

Che poi io sono il primo che gli fai una domanda, e due su tre ti dico: “fai tu che per me è uguale” – anche se non lo è.

No, poi magari mi impunto su cose che veramente non fa differenza se l’una o l’altra. Solo che tante volte magari sarebbe meglio decidere, invece che subirle le decisioni.

Pizza o panino?
Boh, fai tu, tanto è uguale…

Non è veramente uguale. E se te lo stanno a chiedere è per cortesia, e allora è cortesia rispondere. O te lo stanno a chiedere perché non hanno proprio idea di che scegliere, e allora è ancora più cortese rispondere. Chi sei? Che uno ti chiede una mano e tu manco rispondi? Altrimenti te lo stanno a chiedere per falsa cortesia, che hanno una preferenza, ma per fare i cortesi non te la stanno a dire. Hanno già deciso loro, te lo chiedono perché tanto lo sanno che tu rispondi “Boh, fai tu, tanto è uguale…

Sopratutto in questi casi devi decidere tu. Anche perché se lo meritano. E stai attento a rispondere quello che l’altro non si aspetta. Così impara.

Ed è così su tutto. Per ogni cosa.

Rispondiamo “Boh, fai tu, tanto è uguale…” troppo spesso. Sia per inezie sia per cose importanti. Quando basterebbe un piccolo sforzo.

Io ad esempio, siccome l’altra sera ho chiesto un accendino al tabaccaio, e lui mi ha chiesto se lo volevo da un euro e io gli ho detto si si, allora lui mi ha chiesto come lo volevo.

Boh, fai tu, tanto è uguale…

Ecco, non male no?

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cose, vita vera

Vuoi prendere questo prodotto qui, che costa meno?

No.
Devi dire di no.
Magari non sempre, ma il più delle volte ricordati di dire proprio che “no no, voglio quello che costa di più, cazzo“.

Perché alla fine, il più delle volte, la qualità la paghi.

Ho preso le lenti a contatto. Prendo le mensili, ché risparmio e ché mi trovo anche meglio.  Mi dice: “vuole queste qua, che costano un poco meno e sono in offerta e quindi le faccio due conti e, si si, spende proprio la metà?
Vacca boia, penso, e “si si“.
Mi porto a casa lenti mensili per tre mesi e risparmio pure.
Comincio a metterle che è il primo del mese, oggi non siamo neanche a metà e ho dovuto buttarle. Secche, piegate, brutte.
Grazie al cazzo che costano la metà.
Durano meno della metà di quel che dovrebbero.

Che poi di solito uso quelle da soldi veri, che però mi regalano, e mi durano una volta e mezza la durata che dovrebbero durare. E non è perché sono tirchio, e siccome sono le lenti da soldi veri, le sfrutto oltremodo. Ti ho detto che me le regalano, potrei tranquillamente buttarle via senza troppi pensieri. Sono gratis.
Però siccome sono quelle da soldi veri, che non potrei permettermi di comprare in negozio, sono di conseguenza pure più buone. E non si seccano, e non si rovinano, e anche se le usi quei due tre giorni o una settimana di più, continuano a funzionare bene. Perché, il più delle volte, la qualità la paghi.

Io di solito comunque, quando pago coi soldi miei, prendo quello in mezzo. Tra il più caro e il meno caro.

Poi fai come vuoi.

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cose, foto, tanto per

Fili de le pute, traite.

Tanto per scrivere due cazzate, che ho due minuti liberi.

Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!

Non so bene come, ma oggi dopo pranzo mi è venuta in mente questa cosa. Veramente non ho idea. Va beh, mi è venuto in mente solo traite fili de le pute”. Poi con google mi sono dato l’aiutino.
Ad ogni modo, c’è questa chiesa a Roma.
Va beh, è la Basilica di San Clemente al Laterano – ho dovuto consultare google però per ricordarmela – che è lì da un botto di anni. Non è proprio una cosa buttata la, è davvero una figata.
Io non l’ho mai visitata, ma l’ho vista una sera su Super Quark, o non so. Comunque una di quelle trasmissioni con Alberto Angela. Forse era Passaggio a Nord Ovest. Beh, poco importa.
Son passati gli anni.
Comunque non stavo scrivendo per raccontarti la rava e la fava della Basilica. Se vuoi saperne di più usi google come tutti i bravi cristiani, o se sei una persona di cultura, capace che trovi anche dei libri con su scritto qualcosa di preciso. Fallo, ché merita.

Però se non ti racconto la storia della Basilica, ché non sono nessuno per impararti l’arte, cosa ci sto a scrivere qui?

Ecco, oggi ti do una mia impressione sulle cose.
Oggi ci ho pure un opinione.

Che è: ma se una volta, tipo nel 1100, uno in chiesa – che ti ricordo è tipo un luogo sacro – per raccontare la vita di San Clemente, e ‘sti racconti di vita dei santi non è che li facevano così, per non lasciar bianchi i muri, ma ci avevano pure scopo educativo della plebaglia ignorante, mi son perso. Dicevo. Se tipo nel 1100 uno in chiesa poteva scrivere su un muro “figli di puttana” – perché non serve essere Castiglioni o Mariotti per capire che “fili de le pute” quello vuol dire – perché oggi, anche se non siamo in un luogo tipo sacro, siamo portati ed educati ad evitare il turpiloquio? Cos’ha di così brutto e sporco la parola forte? Perché devo rinunciare ad un rafforzativo efficace ed arrangiarmi con parole deboli e scialbe?

Perché quando parlo ai miei nipoti non posso dire “cazzo” o “merda“?

Boh.

Ti metto due foto, contento?

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cose

Dovevi vedere la sua faccia.

Questa mattina ho visto uno.
Aveva una faccia che dovevi vederla per capire.

Sono uscito di casa che saranno state le otto e trenta, ma adesso che è novembre, quando la mattina c’è un po’ di foschia e un poco di sole, sembra sempre sia più presto. C’è quel taglio di luce che sono le otto e trenta di novembre, e sembrano quasi le sei di luglio. Almeno, io la vedo così.

E con questa luce, la gente che lavora la mattina a me sembra più bella. La gente che lavora di fatica, intendo. Non quelli come me. Sono lì che si affannano, ma hanno la faccia bella, illuminata dai raggi del sole ad alzo zero, e attorno il grigio umido di novembre.
Fa un bel contrasto.

E di gente che lavora di fatica, da quando esco di casa, ne vedo parecchia. Perché intorno casa mia ci sono tanti cantieri. Il primo è quello che sta dietro casa. Anzi, che sta attorno casa. Poi ce ne sono altri due, praticamente le due porte accanto la mia. Poi c’è un fabbro, che la mattina alle otto e mezza spesso sta già caricando la barca. E alla fine della fondamenta c’è la darsena, e anche lì di gente che lavora di fatica ce n’è tanta. Ci sono i barconi da trasporto, le idroambulanze, le barche delle ditte di elettrici e idraulici. Di tutto. Ah, parlo di cantieri, ma non intendo i cantieri edili.
Cantieri nautici, dove teniamo le barche per andarci a zonzo i fine settimana, e la gente che lavora di fatica ci va di mattina presto per fare le sue cose. Ma non ci sono solo loro. Dopo il fabbro c’è un ponte, un campo e un’altra fondamenta. Lì c’è l’ultimo cantiere.

Sta mattina camminavo in fondamenta e l’ultimo cantiere stava varando un barcone. Mi piace guardare queste manovre.
Ma questa volta, dietro il barcone sospeso a mezz’aria, ho visto un meccanico. Era lì, che sistemava il fuoribordo di una barca da lavoro, di quelle a noleggio. Era seduto di fronte al motore, scoperto. La calandra appoggiata sulle gambe, una mano appoggiata sulla copertura del volano e l’altra, nascosta al mio sguardo, dava dei buffetti al fianco del suo paziente.

Ma la faccia. Dovevi vedere la sua faccia per capire quanto contento e soddisfatto era. Aveva lo sguardo gentile e rassicurante. Saranno state le otto e trentatrè di mattina, e quel meccanico guardava quel motore come si guarda un figlio.

Mi è venuto male, perché io passo otto ore e passa seduto davanti ad un monitor, e raramente ho quella faccia soddisfatta.

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Il bello.

Il bello del mio lavoro è che faccio le cose per tanti clienti, tutti diversi. E allora un giorno c’è uno che fa il turismo, un giorno uno che fa le macchine, un giorno uno che fa, e non sa nemmeno lui bene cosa. E io con il mio lavoro, e il lavoro di tanti altri, che siamo un team, io un poco lo aiuto a fare meglio quello che fino a ieri già faceva. Cioè non è che gli insegno il mestiere suo. Anche se di tanti che ne ho visti, di certi sì che potrei insegnargli io il mestiere loro. Però in genere no. In genere il cliente del mestiere suo sa già tutto e si arrangia così. Però ha bisogno dell’aiuto mio per farsi il sito. Così poi il suo mestiere va meglio.

Però non è che ti svegli la mattina e fai un sito, così. Un giorno fai il sito di quello che fa il turismo o di quello che fa le macchine, senza star li a pensarci un poco su. Ti ci devi documentare sul mestiere del cliente, devi saperne un poco prima di fargli il sito. Sopratutto per quello che fa, e non sa nemmeno lui bene cosa. E allora è come studiare. Che devo dire non sono mai stato bravo alla scuola, ma adesso me la cavo. Dai, mi sbilancio. Sono pure bravo ormai. Bravino. Comunque studio un poco il mestiere del cliente che vuole il sito, e cerco di imparare delle cose.

Perché alla fine è interessante, è il bello del mio lavoro, che sai un poco di tutto.

Da oggi anche dei tubi per le macchine che gettano il calcestruzzo.

130bar all’uscita dalla pompa. Sticazzi.

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Tradizioni.

Vi voglio raccontare di una tradizione. Una di quelle che si perdono nei meandri dei ricordi, tra mito e realtà, ma resta ben salda nella memoria dei nostri veci, e attraverso loro arriva a noi, giusto un poco sbiadita. Giusto un poco impalpabile, che non sai dire se mai sia stata reale. Memoria un poco appannata di tempi che furono, con i nonni che portano i nipotini in osteria. “…E un’arancetta per el bocia”. Solo una scusa per bere un’altra ombra distante dalle nonne e dalle faccende domestiche. Memoria di quando il mondo aveva i colori irreali delle polaroid, e basta. Che mi sto perdendo via e non è una storia di ricordi e malinconia. Anche se si parla di tradizioni.

Però prima di andare al sodo devo fare un altro preambolo. Perché bisogna sapere che per risparmiare due lire, al lavoro mi porto il pranzo da casa. Faccio parte dell’esercito del tapperuer (scopro solo ora che non so come si scrive), fedele adepto del microonde due minuti a potenza tre. Risparmio e mangio sano. Se non altro a pranzo, visto che ultimamente la colazione è a base di tramezzini.

Bisogna pure sapere che mia madre è capace di esprimere l’affetto che prova per me, solo attraverso il cibo. Montagne di prelibatissimo cibo.

Ogni giorno mi telefona, sempre alle otto di mattina, per chiedermi se sono ancora a letto. No, non sono ancora a letto. Mi chiede come sto, se la sera andrò a cena da lei. Mi racconta in due parole della gatta che è una bastarda che me fa i dispetti. Che poi, i dispetti, sono sempre la stessa cosa: si attacca alla tenda e la tira giù. E poi, non sempre, si arriva al momento della telefonata che io preferisco: “Se ti vol te lasso in entrada el tapperuer”.

È ovvio che è una domanda a trabocchetto. Non puoi rispondere no, perché il tapperuer è già pronto dalla sera prima. E comunque, se rispondi no, arriverà una telefonata a pranzo, e dall’altra parte ci sarà sempre lei che ti inviterà a cena “che se no va buttà via“.

Quindi accetto. Mi lavo, mi vesto, esco di casa e passo a casa di mia madre per prendermi il tapperuer. Ormai è routine. Al punto che non mi dice nemmeno cosà ci troverò dentro al tapperuer. E non sbircio nemmeno più, per cercare di capire quale leccornia mi aspetta per pranzo.

Anche perché, alla fine, mia madre è donna di casa e di tradizioni.

E giovedì trippa.

Oggi era giovedì. Adoro le tradizioni.

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About how lazy we are.

Attenzione perché questo post c’ha dentro l’inglese. E la pigrizia.

Un mio amico sulla chat di gmail mi manda questo passo preso da un manuale di una roba che sta studiando lui, al lavoro suo, ed evidentemente non sta neppure studiando così tanto che gli avanza tempo di scrivere sulla chat di gmail. Comunque appena l’ho ricevuto l’ho letto, e in effetto ho riso. Va beh dai, ho sorriso.

Allora ve lo rigiro, così magari sorridiamo tutti.

“Since the runtime system is already launching a kernel where each block will have one of these indices, nearly all of this work has already been done for us. Because we’re something of a lazy lot, this is a good thing. It affords us more time to blog, probably about how lazy we are.”

Avrete capito che si parla di programmare, linguaggi di programmazione e quella roba li. Magari non ci avete capito niente, quindi dovreste considerare che se non ci avete capito niente, si parla proprio di robe da ingegneri e informatici o comunque scaccia-figa. Magari più semplicemente dovreste considerare dei corsi base di inglese, perché dai, va beh.

Comunque non ho solo sorriso, mi ha fatto pure pensare. Un poco, non troppo. Il giusto.

Perché se ci penso, è vero. Sono un po’ pigro.

Uno invece che non è pigro per niente è un altro mio amico, che scrive un botto sul suo blog. Scrive così tanto che sono così pigro che non leggo nemmeno tutti i suoi post. Di sicuro non tutto d’un fiato. Rateizzo.

Vi invito a leggere il suo blog, che parla di musica e ci parla bene. Si vede che c’è passione e non pigrizia. È comunque un poco scaccia-figa.

cliccate qua: noteinlettere.wordpress.com

Va beh. Fatta anche sta marchetta.

Comunque poi quell’altro che continuava a sudare a dai e dai di studia, mi ha mandato anche il resto:

“The last remaining question to be answered is, why do we check whether tid is less than N? It should always be less than N, since we’ve specifically launched our kernel such that this assumption holds. But our desire to be lazy also makes us paranoid about someone breaking an assumption we’ve made in our code. Breaking code assumptions means broken code. This means bug reports, late Sanders_book.indb PMPArAllel ProGrAmmInG In cudA c46 nights tracking down bad behavior, and generally lots of activities that stand between us and our blog.”

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Una bella storia, con tante parole.

L’altra sera un mio amico mi dice che è contento di questo blog. Che poi è lui, questo mio amico, che mi ha persuaso a fare il blog. Però mi dice anche che devo scrivere di più. Non ho capito. Più parole? Più di frequente? Io la prendo come un più in generale.

Allora siccome ci tengo a non deluderlo, sta mattina mi sveglio e comincio a pensare a che storia potrei raccontare. Una bella storia, con tante parole. Mi alzo e continuo a pensarci. Sotto la doccia uguale. Poi sono per strada, che ho una bella passeggiata di una ventina di minuti a piedi per andare al lavoro, e ancora che ci penso a questa storia con tante parole. È bello avere la fortuna di poter andare al lavoro a piedi. Mi ci faccio delle gran pensate camminando. E mi succede spesso che da fermo, non riesco a pensare. Penso a tutto. A cosa potrei prendere per cena. A cosa dovrei assolutamente fare in giornata. A cosa avrei dovuto assolutamente fare il giorno prima e non ho fatto, e via così.

E pensavo di poter pensare anche a questa storia. Ma niente.

Da sta mattina quando mi sono svegliato l’unica cosa che riuscivo a pensare era: “Ma dove xe che cato la Katia? Ti la cati là. Dove xe che cato la Katia? Ti la cati là. Dove xe che cato la Katia? Ti la Katia ti la cati là.

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