foto, sconforto

Ho lo sconforto. #7

Quando la donna delle pulizie mi mangia la mia bananina.

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foto, vita vera

Mario. Il mio nuovo coinquilino.

Vivo in un monolocale di 30 metri quadri, più bagno.
Saranno 35 in totale, non lo so. Il bagno non l’ho mai misurato.
Non è enorme, ma neppure piccolissimo.
Per il tempo che passo a casa, mi basta. C’è tutto quello che mi serve, e non soffro particolari mancanze.

Pochi giorni fa c’è stato il Natale.

Mia sorella deve aver pensato che vivo da solo da troppo tempo.

Così mi ha presentato Mario.

Questo è Mario, da qualche giorno vive a casa mia.

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vita vera

Le feste.

C’è questa cosa che le feste mi stancano.
Mi stravolgono e mi sfiniscono.
Mi imbottisco di cibo. Mi imbevo di prosecco e vino.
Dormo poco e a caso. E lo so che non sono il solo.

E mi sento proprio stanco, appesantito e rallentato.
Nei movimenti e nei pensieri.

Oggi tornando a casa ho capito che ho raggiunto il limite quando, spentasi la sigaretta, come sono solito fare la prendo tra pollice e indice della mano destra, nella sinistra l’accendino pronto per riattizzarla – si, la riattizzo così, quando è corta.
Altrimenti mi brucio i peli del naso.

Oggi c’è vento, e quindi accesa la fiamma questa tira verso sinistra, lontano dal mozzicone. Sorrido. Faccio fare mezzo giro su se stessso all’accendino, e ci riprovo.

Delusione.

Ad ogni modo, buon Natale.

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cose

Dovevi vedere la sua faccia.

Questa mattina ho visto uno.
Aveva una faccia che dovevi vederla per capire.

Sono uscito di casa che saranno state le otto e trenta, ma adesso che è novembre, quando la mattina c’è un po’ di foschia e un poco di sole, sembra sempre sia più presto. C’è quel taglio di luce che sono le otto e trenta di novembre, e sembrano quasi le sei di luglio. Almeno, io la vedo così.

E con questa luce, la gente che lavora la mattina a me sembra più bella. La gente che lavora di fatica, intendo. Non quelli come me. Sono lì che si affannano, ma hanno la faccia bella, illuminata dai raggi del sole ad alzo zero, e attorno il grigio umido di novembre.
Fa un bel contrasto.

E di gente che lavora di fatica, da quando esco di casa, ne vedo parecchia. Perché intorno casa mia ci sono tanti cantieri. Il primo è quello che sta dietro casa. Anzi, che sta attorno casa. Poi ce ne sono altri due, praticamente le due porte accanto la mia. Poi c’è un fabbro, che la mattina alle otto e mezza spesso sta già caricando la barca. E alla fine della fondamenta c’è la darsena, e anche lì di gente che lavora di fatica ce n’è tanta. Ci sono i barconi da trasporto, le idroambulanze, le barche delle ditte di elettrici e idraulici. Di tutto. Ah, parlo di cantieri, ma non intendo i cantieri edili.
Cantieri nautici, dove teniamo le barche per andarci a zonzo i fine settimana, e la gente che lavora di fatica ci va di mattina presto per fare le sue cose. Ma non ci sono solo loro. Dopo il fabbro c’è un ponte, un campo e un’altra fondamenta. Lì c’è l’ultimo cantiere.

Sta mattina camminavo in fondamenta e l’ultimo cantiere stava varando un barcone. Mi piace guardare queste manovre.
Ma questa volta, dietro il barcone sospeso a mezz’aria, ho visto un meccanico. Era lì, che sistemava il fuoribordo di una barca da lavoro, di quelle a noleggio. Era seduto di fronte al motore, scoperto. La calandra appoggiata sulle gambe, una mano appoggiata sulla copertura del volano e l’altra, nascosta al mio sguardo, dava dei buffetti al fianco del suo paziente.

Ma la faccia. Dovevi vedere la sua faccia per capire quanto contento e soddisfatto era. Aveva lo sguardo gentile e rassicurante. Saranno state le otto e trentatrè di mattina, e quel meccanico guardava quel motore come si guarda un figlio.

Mi è venuto male, perché io passo otto ore e passa seduto davanti ad un monitor, e raramente ho quella faccia soddisfatta.

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Segui la ricetta.

Fare il brasato al barolo è semplicissimo, ti basta avere tanto tempo.

A me il brasato piace tantissimo, allora una sera ho voluto prepararlo ai miei amici. Era la prima volta che lo facevo, e volevo impressionarli, ché di solito sono sempre li a prendere per il culo quando si cucina per loro. No, dai, non è che sono stronzi. Si fa per ridere. Siamo amici da tantissimi anni, ma veramente tanti per quanti ne abbiamo, e ogni tanto ci troviamo a cena tutti assieme. E andiamo sempre a casa di una, che cucina molto bene. Ma tanto bene. Solo che poi giustamente ci fa notare che siamo sempre da lei, e allora “va bene dai, la prossima volta la facciamo da me, sta benedetta cena” dice qualcuno. Poi si finisce a casa di quel qualcuno a mangiare una pizza da asporto, due uova con le acciughe o tre tramezzini presi in rosticceria. Che va anche bene, per carità, è la compagnia che conta, per quello si va a cena assieme. Se era per il cibo andavo in ristorante.

Allora l’ultima volta che abbiamo fatto questa cena con questi amici, eravamo da me, e io volevo impressionarli. Così giorni prima a decidere il menù, parlare con le mie colleghe di ricette, fare spese e scrivere liste per arrivare a cena con una gran cena, una che li stupisse. Alla fine, come seconda portata, ho deciso di fare il brasato al barolo, appunto, e il giorno prima vado, compro un bel pezzo di carne e le verdure, arrivo a casa e tagliuzzo, sminuzzo, scelgo le spezie, metto a bagno la carne con vino e verdure e buona notte. Torno dopo dodici e passa ore a casa, tiro fuori il mio bel pezzo di carne dal vino, seguo i consigli che mi hanno dato e le ricette che ho letto. Ho ben chiaro in testa il risultato che voglio, e so a memoria tutti i passi per raggiungerlo. Ho una tabella di marcia stampata in mente, la recito come un rosario. Mi sento un bravo cuoco, perché più vado avanti più mi convinco che sta riuscendo come doveva riuscire. Sono soddisfatto perché quello che c’è in pentola è la materializzazione della mia idea di brasato. È tutto perfetto, e mentre cucino penso che alla fine è pure facile come ricetta, è semplicissimo, ti basta tanto tempo.

E il barolo.

Perché col cabernet, costa meno. Ma non è la stessa cosa.

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Il bello.

Il bello del mio lavoro è che faccio le cose per tanti clienti, tutti diversi. E allora un giorno c’è uno che fa il turismo, un giorno uno che fa le macchine, un giorno uno che fa, e non sa nemmeno lui bene cosa. E io con il mio lavoro, e il lavoro di tanti altri, che siamo un team, io un poco lo aiuto a fare meglio quello che fino a ieri già faceva. Cioè non è che gli insegno il mestiere suo. Anche se di tanti che ne ho visti, di certi sì che potrei insegnargli io il mestiere loro. Però in genere no. In genere il cliente del mestiere suo sa già tutto e si arrangia così. Però ha bisogno dell’aiuto mio per farsi il sito. Così poi il suo mestiere va meglio.

Però non è che ti svegli la mattina e fai un sito, così. Un giorno fai il sito di quello che fa il turismo o di quello che fa le macchine, senza star li a pensarci un poco su. Ti ci devi documentare sul mestiere del cliente, devi saperne un poco prima di fargli il sito. Sopratutto per quello che fa, e non sa nemmeno lui bene cosa. E allora è come studiare. Che devo dire non sono mai stato bravo alla scuola, ma adesso me la cavo. Dai, mi sbilancio. Sono pure bravo ormai. Bravino. Comunque studio un poco il mestiere del cliente che vuole il sito, e cerco di imparare delle cose.

Perché alla fine è interessante, è il bello del mio lavoro, che sai un poco di tutto.

Da oggi anche dei tubi per le macchine che gettano il calcestruzzo.

130bar all’uscita dalla pompa. Sticazzi.

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Tradizioni.

Vi voglio raccontare di una tradizione. Una di quelle che si perdono nei meandri dei ricordi, tra mito e realtà, ma resta ben salda nella memoria dei nostri veci, e attraverso loro arriva a noi, giusto un poco sbiadita. Giusto un poco impalpabile, che non sai dire se mai sia stata reale. Memoria un poco appannata di tempi che furono, con i nonni che portano i nipotini in osteria. “…E un’arancetta per el bocia”. Solo una scusa per bere un’altra ombra distante dalle nonne e dalle faccende domestiche. Memoria di quando il mondo aveva i colori irreali delle polaroid, e basta. Che mi sto perdendo via e non è una storia di ricordi e malinconia. Anche se si parla di tradizioni.

Però prima di andare al sodo devo fare un altro preambolo. Perché bisogna sapere che per risparmiare due lire, al lavoro mi porto il pranzo da casa. Faccio parte dell’esercito del tapperuer (scopro solo ora che non so come si scrive), fedele adepto del microonde due minuti a potenza tre. Risparmio e mangio sano. Se non altro a pranzo, visto che ultimamente la colazione è a base di tramezzini.

Bisogna pure sapere che mia madre è capace di esprimere l’affetto che prova per me, solo attraverso il cibo. Montagne di prelibatissimo cibo.

Ogni giorno mi telefona, sempre alle otto di mattina, per chiedermi se sono ancora a letto. No, non sono ancora a letto. Mi chiede come sto, se la sera andrò a cena da lei. Mi racconta in due parole della gatta che è una bastarda che me fa i dispetti. Che poi, i dispetti, sono sempre la stessa cosa: si attacca alla tenda e la tira giù. E poi, non sempre, si arriva al momento della telefonata che io preferisco: “Se ti vol te lasso in entrada el tapperuer”.

È ovvio che è una domanda a trabocchetto. Non puoi rispondere no, perché il tapperuer è già pronto dalla sera prima. E comunque, se rispondi no, arriverà una telefonata a pranzo, e dall’altra parte ci sarà sempre lei che ti inviterà a cena “che se no va buttà via“.

Quindi accetto. Mi lavo, mi vesto, esco di casa e passo a casa di mia madre per prendermi il tapperuer. Ormai è routine. Al punto che non mi dice nemmeno cosà ci troverò dentro al tapperuer. E non sbircio nemmeno più, per cercare di capire quale leccornia mi aspetta per pranzo.

Anche perché, alla fine, mia madre è donna di casa e di tradizioni.

E giovedì trippa.

Oggi era giovedì. Adoro le tradizioni.

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